di Gian Stefano Spoto
Il risveglio dal sogno è una delusione, è rendersi conto che la realtà è spesso più modesta dei desideri che si esprimono. Il sogno è proiettato nel futuro, invece io lo vedo come una sensazione passata, qualcosa in cui ci siamo infilati pensando di vivere il quotidiano, non accorgendoci della bella sorpresa che la vita ci stava riservando.
E io che ho avuto finora una vita fortunata ho visto realizzarsi tanti sogni e, da incontentabile come sono, lagnarmi di non essermi accorto in tempo di altri, meravigliosi.
Fra i tanti, uno piccolo piccolo, iniziato con un’arrabbiatura.
Anno 1993. Ero inviato della Rai di Bologna, e vivevo giorno e notte fra servizi esterni e montaggio in sede.
Poco prima di Natale un’amica, top-manager di Trenitalia, mi telefona parlandomi molto genericamente di un treno straordinario, fermo su un binario della stazione di Bologna. Quando? Be’, subito, guarda, è una situazione molto carina, ci sono tante persone che ti vogliono salutare, devi venire assolutamente: un attimo e poi torni in redazione.
Calcolo un’ora fuori dalla redazione fra andata, saluti e ritorno. Mi sembra un’eternità. Rifiuto, poi tentenno, lei insiste, io balbetto, poi vado.
Arrivo, vedo il Settebello, il treno che trent’anni prima papà mi descriveva come il più moderno e lussuoso del mondo. Ma il cui biglietto era troppo caro per noi, e poi era un rapido e alla stazione di Modena non fermava. Dunque, l’avevo visto solo sfrecciare sotto il cavalca-ferrovia della stazione.
Salgo sul mito, saluto colleghi giornalisti, ferrovieri paludati, ospiti di vario riguardo. Lei mi presenta il mondo.
Affretto i rituali, devo tornare, la mia illustre amica dice che non posso sottrarmi a due persone che vogliono conoscermi, poi altre due, altre due, intanto il treno parte.
Metto la sordina per soffocare un urlo. È uno scherzo, vero? Dimmi che il treno è in manovra, che ora torna indietro.
Alla risposta “andiamo a Roma” ho un attimo di smarrimento, poi tento “fermerà a Firenze, spero”.
Il “credo di sì” di questa imperatrice della rete ferrata mi fa sperare, ma poi neanche tanto, così evito di inquadrare la faccia con cui me lo dice.
Ho un attimo di incertezza, lei ne approfitta per farmi visitare il convoglio. Secondo vagone, ci accoglie un mago. Illusionista, giocoliere, prestigiatore, forse anche domatore di serpenti, magari c’erano anche coccodrilli, fatto sta che la favola era iniziata e io cominciavo a essere ipnotizzato dal clima che si era creato.
Melania, la regina delle rotaie, mi guardava con faccia ironica, aveva capito: il bambino che era in me aveva sconfitto il solerte giornalista.
Non ho mai apprezzato astrologi, chiromanti e dintorni. Ma in un treno trasformato in firmamento, con le stelle e le luci di ambiente ci stavano, facevano arredamento e popolavano la fiaba.
Non chiedo ai tarocchi né a nessun altro il mio futuro, ma mi affascina il gesticolare di una donna profondamente gitana, probabilmente geometra, o magari impiegata statale a Lugo di Romagna.
Il giocoliere non dice voilà, non deve sottolineare nulla: i colori intensi raccontano una storia che sprofonda nei secoli.
Passiamo nella carrozza-bazaar, dove non si vende nulla, ma la magia sta nel fatto che dopo un attimo l’involucro-vagone non è più percepibile perché l’atmosfera avvolge e fa vivere le cento e una notte: mille nel treno non ci stanno. Però belle, ed è tipico della mente umana snobbare la merce dei negozi e poi desiderare quello che non è in vendita.
Stoffe d’oriente prese dietro l’angolo, mercanti yemeniti di Traversetolo, musiche arabe by cugino di Raoul Casadei. Ma il risultato era straordinario. E il meglio doveva ancora venire.
Vagone successivo, folclore e tanta gente, fra cui uno che assomigliava straordinariamente a Lucio Dalla. Melania gli dice “non so se vi devo presentare, siete tutti e due di Bologna, Gian Stefano Sp…”.
“Mo csa fèt chè?”.
Era Lucio, che ogni fine anno invitava a pranzo in un bel ristorante i barboni di Bologna, ma non voleva pubblicità intorno al suo buon cuore. Però la generosità fa notizia, Lucio Dalla ancora di più; dunque, non ero l’unico giornalista a ficcare il naso.
Così lui era rassegnato a rivedermi di lì a qualche giorno.
Non frequentavo Lucio Dalla, lo vedevo ogni tanto allo stadio con Gianni Morandi e non sapevo che dieci anni dopo avrei creato e condotto uno show tecnologico su Raidue intitolandolo “Futura” per poter usare la sua meravigliosa canzone come sigla. E non sapevo nemmeno che, per l’ultima puntata della prima serie, sarei andato con una troupe al teatro Smeraldo di Milano per fargliela cantare dal vivo.
Mi raccontò come la canzone era nata, a Berlino, lui seduto su una fredda panchina, Phil Collins sulla panchina di fronte.
Tutto condito con molti particolari di fantasia, e con la premessa che mi avrebbe raccontato la storia, ma non cantato la canzone.
Ma mentre raccontava io camminavo in avanti, inducendolo a camminare all’indietro fino al pianoforte. Quando descrisse la scena di lui che, in quel luogo freddo e nebbioso, aveva tirato fuori una penna e un pezzo di carta e, sulla panchina aveva scritto…lo fermai, e gli chiesi “che cosa?”. Non fece nessuna resistenza, mi affidò il clarino, si sedette al piano, e “Chissà (accordo) chissà (accordo) domani…”.
Io ero ai sette cieli.
Il giorno in cui morì ero a Bologna. Passai sotto casa sua e mandai un messaggio a tutta la mia squadra Rai: “Ora Futura è proprio finita”. Ma o
Chissà, forse in quel treno, popolato da maghi e indovini, ero l’unico a non sapere che tutto ciò sarebbe avvenuto.
Salutai Lucio con il solito ci si vede in giro, e lui “a par fòrza!”.
Ultimo vagone, Melania mi conosceva e mi disse “ora però ti tocca” preparandomi alla presentazione dei tromboni.
D’altra parte, la vecchia formula dei cinegiornali Luce “alla presenza delle massime autorità civili, militari e religiose” non tramonta mai, neppure nei treni delle fiabe.
Che a Firenze non si fermano proprio (e a quel punto neanche mi ricordavo di averlo chiesto).
Arriviamo a Roma Termini, dove Lucio presenta il suo ultimo disco, Henna, secondo me, il meno bello della sua carriera.
In un attimo sale su un palco nell’immenso androne e inizia il concerto. Non dura molto, ma è intenso e, nonostante la folla che si forma per un avvenimento inatteso, la suggestione del treno continua.
Finisce quando torno, su un trenaccio qualunque, senza Lucio né fattucchiere.
Il racconto fa parte del libro “Il cappello vuoto”, Graphofeel edizioni, 2024
https://graphofeel.com/libro/il-cappello-vuoto

Gian Stefano Spoto. Bolognese, classe 1952, è un giornalista di costume. Inizia a lavorare per la carta stampata nel 1981 e nel 1988 entra in Rai divenendo, fra l’altro, inviato speciale, capo della cronaca al Tg2, dirigente di Raiuno, vicedirettore di Raidue e poi di Rai Internazionale. Nel 2014, allo scoppio della guerra di Gaza, parte per il Medio Oriente come corrispondente Rai. Autore, ideatore e conduttore di diversi programmi fra cui Linea Verde Orizzonti e Futura City, uno show tecnologico. Ha lavorato per numerose testate fra cui “La Repubblica”, “Il Secolo XIX”, “Il Resto del Carlino,” “Il Giornale nuovo”, “Corriere Medico” e “Cosmopolitan”. Ha scritto, con il sociologo Giorgio Pacifici, Un futuro che viene da lontano (Franco Angeli, 2003), libro sui mutamenti dell’Italia a seguito dell’avvento delle nuove tecnologie; M.O.S.T. (Curcio, 2007), un romanzo sull’intelligenza artificiale; Salgari, 150 Indie (Curcio, 2012), con testi e fotografie dell’autore; Mediorientati. Oltre la Storia, le storie (Ianieri, 2017); Deserto Bianco (Graphofeel, 2021); Dive (Graphofeel, 2022); Ododo. L’isola del fiore magico (Curcio, 2023).
